Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia - Eurocomunicazione (2022)

Negli Archivi di Stato i documenti esistenti sulle misure sanitarie adottate per il contrasto delle pandemie e la sperimentazione dei vaccini

Da oltre mille anni le epidemie e le pandemie hanno interessato la storia dell’umanità. La risposta, in tempi di contagio da parte delle autorità sono state, in primis, misure restrittive finalizzate a proteggere le comunità indenni.

Tra le più antiche disposizioni la più diffusa e meglio documentata negli archivi fu l’istituzione della Fede di Sanità. Si trattava di un attestato di cui doveva essere munito chi iniziava un viaggio di terra. Da noi oggi si chiama “autocertificazione”, poi “green-pass”. Era considerato un documento particolarmente importante che le autorità, nel timore di frodi, seguivano attentamente. Analogo era la Patente di Sanità, rilasciata da un comando di porto, in genere una Deputazione Sanitaria. Le fedi di sanità nel 1600 e 1700 erano biglietti manoscritti di piccole dimensioni, compilati da un amanuense del comune.

Facciamo ora un breve excursus nel tempo delle malattie che hanno flagellato il genere umano.

La Morte Nera nel tardo Medioevo

Negli anni 1347 e 1348 la peste si diffuse in tutta Europa con il nome di Morte Nera. Questa nacque nel 1300 ai piedi dell’Himalaya e nel 1331 arrivò in Cina a seguito delle carovane di mercanti. La popolazione dell’impero cinese fu completamente devastata dall’epidemia. Da 125 milioni di abitanti passò a 90 milioni. Nel 1346 la peste raggiunse la colonia genovese di Caffa in Crimea. I ratti che erano i portatori popolavano i navigli liguri. I primi a essere contagiati furono i messinesi ove i genovesi avevano sbarcato mercanzie. Pin piano si diffuse in tutta la Sicilia, quindi Reggio Calabria e nel 1348 anche gli abitanti di Amalfi e Napoli furono contagiati.

Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia - Eurocomunicazione (2)In quell’anno, facendo scalo nei porti di Pisa e Genova, la peste si propagò a tutta l’Italia Settentrionale. Anche Venezia fu colpita attraverso la Dalmazia. A metà del 1348, il contagio, aveva raggiunto la Francia e la Spagna, mentre a fine anno si diffuse anche in Inghilterra. Successivamente colpì i Paesi Bassi, la Svizzera, la Germania. Neppure Austria e Ungheria furono risparmiate. A metà del 1349 giunse in Scandinavia, nel 1350 in Svezia, e nel 1351-52 in Russia. Si parla della scomparsa di un terzo della popolazione europea per questo grave morbo. Si passò da 75 milioni di individui a 50 milioni. La Morte Nera contribuì alla distruzione del sistema feudale nel Medioevo.

La peste al tempo di Giustiniano

La peste del 1300 che si diffuse nel territorio europeo, trovò le autorità del tutto impreparata a fronteggiarla. Pochi erano a conoscenza che sintomi bubbonici erano stati osservati durante la peste di Giustiniano del VI secolo d.C. Era una malattia nuova, come abbiamo detto, con tasso di mortalità alto. Si sarebbe originata in Etiopia, da qui raggiunse Costantinopoli attraverso navi che trasportavano grano dall’Egitto. Città dopo città i cronisti registrarono l’accumularsi di cadaveri nelle case, che venivano sprangate, ma anche nelle strade e luoghi pubblici. La maggior parte finì in fosse comuni. Si seppelliva in fretta e senza cerimonie. La peste paralizzò tutti gli aspetti politici, sociali, amministrativi e vennero a mancare strumenti legislativi e personale, di qualsiasi istituzione. Molti erano convinti che si stesse avverando le profezie della Apocalisse. Chi mostrava i segni del contagio non poteva più sperare nella compassione né nell’aiuto del prossimo, familiari inclusi.

Il lazzaretto per gli appestati

Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia - Eurocomunicazione (3)Fu costruito nel 1423 a Venezia per la sua particolare configurazione geografica il primo Lazzaretto della storia volto ad accogliere, come ospedale pubblico gli appestati. La struttura prese il nome dal convento di Santa Maria di Nazareth da cui la volgarizzazione in Nazaretum poi Lazaretum. L’ospedale era ubicato nella laguna a poca distanza da San Marco, garantiva efficace isolamento dei perniciosi miasmi, consentiva un rapido trasporto dei malati né troppo lungo né disagiato. Nel 1468 il Senato decretò l’edificazione del “Lazzaretto Nuovo” in altra isola chiamata “Vigna Murata” posta di fronte a Sant’Erasmo. Esso fu destinato ad accogliere i guariti dalla peste, dovevano trascorrere lì la convalescenza prima di tornare alla comunità. La nuova struttura servì anche per coloro che dovevano fare la quarantena: persone e merci provenienti da luoghi contagiati.

Lo spionaggio sanitario

Nel XVI secolo, coloro che erano preposti al Governo della città ed erano interessati alla salute dei concittadini, avevano necessità di avere notizie aggiornate sulle condizioni di salute delle popolazioni vicine. Informazioni tempestive sulla comparsa di qualche focolaio epidemico costituivano una efficace premessa per adottare subito misure preventive. I canali di informazione di cui le autorità si potevano servire erano i viaggiatori per terra o per mare che raccoglievano notizie nelle stazioni di posta o nei porti. A volte le autorità incaricavano validi funzionari o medici di recarsi in segreto nei Paesi vicini o negli Stati confinanti, ove vi fosse il sospetto di qualche malattia contagiosa e riportare in patria dati attendibili.

Dalla metà del 1500 le autorità si scambiarono informazioni di carattere sanitario, impegnandosi a non celare la verità, convinte che questa reciproca lealtà, fosse una seria garanzia di tutela della salute pubblica.

Per ottenere informazioni, la Repubblica di Venezia ricorse alla possibilità di denunce segrete, con l’indicazione di due o più testimoni. Queste, in materia di sanità, segnalavano svariate violazioni alle leggi sanitarie. Le denunce venivano messe in apposite cassette di legno, che a partire dalla metà del 1600, divennero “bocche di pietra” installate in vari luoghi di Venezia.

La storia della profilassi del vaiolo

Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia - Eurocomunicazione (4)I cinesi furono i primi a utilizzare un metodo per prevenire epidemie di vaiolo. Questo viene menzionato per la prima volta nel 1014 dal medico Wang Tan. Consisteva nell’insufflare nelle narici polvere di croste vaiolose prese nella fase terminale della malattia. In India i Bramini praticavano l’inoculazione introducendo sotto la pelle sottili fili impregnati di materia vaiolosa, oppure frizionavano la pelle escoriata con tessuto impregnato di pus vaioloso. Da lungo tempo i popoli abitanti vicino al Mar Caspio, come i Circassi e i Georgiani proteggevano le loro donne dalle deturpazioni provocate dal vaiolo, mediante l’inoculazione. È da questi Paesi che i turchi e i persiani traevano le più belle schiave per i loro harem.

L’introduzione in Europa della variolizzazione

I primi a caldeggiare la variolizzazione in territorio europeo furono due medici; uno greco, Pylarino, l’altro, italiano, Timoni che nel 1713 esercitavano a Costantinopoli. Furono loro che con due circostanziate relazioni misero al corrente il medico inglese Woodward che la comunicò poi alla Royal Society di Londra. La pratica di Pylarino risaliva al 1701 e consisteva nell’inoculare nella regione deltoidea del braccio, la più carnosa dell’arto, il pus del vaiolo ad andamento benigno al decimo giorno della malattia. Ci si preoccupava, però, che le persone da inoculare fossero nelle migliori condizioni di salute. Si deve anche all’interessamento di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, l’effettiva introduzione della pratica osservata in Turchia. Lady Montagu fece infatti inoculare al figlio il vaccino e nel 1722 cercò di persuadere i medici di Londra a eseguire una prova dimostrativa.

Proprio in quell’anno il dottor Richard Mad, medico del re, inoculò a sette condannati a morte nel carcere di Newgate, il vaccino. Questi sopravvissero e furono graziati. Lady Montagu prese l’iniziativa di farlo anche per il secondo figlio, di fronte alla Corte inglese, la quale fiduciosa si sottopose alla variolizzazione.

Caterina II di Russia e l’inoculazione del vaiolo

Il primo dicembre dello scorso anno una casa d’aste londinese ha venduto come preziosa opera d’arte un lotto comprendente un ritratto del 1700 dell’Imperatrice Caterina II di Russia, e un’importante lettera che l’imperatrice aveva scritto al conte Aleksandrovic Ramjancev, datata 20 aprile 1787, governatore della Malorussia (odierna Ucraina), dandogli istruzioni affinché nelle province a lui affidate, fosse introdotta la pratica dell’inoculazione del vaiolo che provocava centinaia di morti nella Regione. Per completezza di notizie il lotto, dipinto e lettera, è acquistato da un collezionista per un milione di euro.

L’immunizzazione cui l’Imperatrice faceva riferimento, era una politica di profilassi che iniziava a farsi strada nelle corti europee. La zarina infatti l’aveva sperimentato su se stessa già dal 1768. Nel mese di luglio di quell’anno l’ambasciatore russo a Londra aveva preso contatti con il dottor Thomas Dimsdale, medico inglese di 56 anni con lunga pratica di inoculazioni e lo invitò in Russia. Dopo un lungo viaggio in carrozza, iniziato il 28 luglio 1768 da Amsterdam, passando per Berlino, Danzica e Riga, il dottore giunse a San Pietroburgo. Avvenne esattamente un mese dopo.

Il medico pronto a scappare

Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia - Eurocomunicazione (5)Caterina II si mostrò subito risoluta a farsi immunizzare. All’epoca si prendevano delle pustole infette di un malato di vaiolo, e attraverso un’incisione praticata su un arto, venivano messe in circolo nell’organismo. Le furono praticate due inoculazioni, una per braccio. La metodica non risultava però priva di rischi. Su cento inoculati, circa un 2% moriva. Pertanto, in previsione di un esito letale del trattamento all’Imperatrice, il dr. Dimsdale, pretese che gli fossero preparate delle staffette di cavalli freschi alle stazioni di posta, per garantirgli una rapida fuga dal Paese. Non ce ne fu bisogno, perché la zarina in pochi giorni, si riprese senza riportare complicanze. Fece quindi vaccinare il figlio e molti cortigiani. Il medico rientrò quindi a Londra ricolmo di onori e di compensi.

Documenti sulle pandemie

Il ministero della Cultura ha di recente edito un volume “Epidemie e antichi rimedi tra le carte d’archivio”. Si tratta di un lungo percorso a ritroso nel tempo di testimonianze su come le diverse comunità hanno dato seguito alle drammatiche emergenze sanitarie. Una ricerca collettiva, voluta dal ministro Franceschini, che ha coinvolto tutti gli Archivi di Stato d’Italia con l’esposizione al pubblico di documenti riguardanti le quarantene, la chiusura forzata di città ed esercizi pubblici, distanziamento sociale. Un amaro ritornello che dal XV secolo è giunto poi fino ai nostri giorni per il Covid-19.

Nei documenti ritrovati, ed esposti in teche, si parla di vaccini contro il vaiolo, con le immancabili dispute sulla loro efficacia, delle misure di contenimento, della chiusura dei confini degli Stati Italiani del 1600. E ancora, i divieti di assembramento, con tanto di multe e sanzioni, perfino, lo troveremo trattando del Regno delle Due Sicilie, con la pena di morte per i trasgressori.

Complottismo anche in epoche lontane

Vi sono note e circolari di prefetti, sindaci, ministri, relazioni di medici vaccinatori, testamenti e atti notarili. Vi sono biglietti anonimi che accusano le autorità di avere volontariamente diffuso l’epidemia. Si raccontano episodi della nostra Storia comune che risulta essere di straordinaria e sorprendente attualità, come le misure prese nel nostro tempo per limitare il contagio Covid-19, conpolitiche sanitarie adottate all’epoca, dai governanti quali la limitazione delle persone negli esercizi pubblici, la chiusura delle scuole e dei mercati, l’annullamento delle sagre, il distanziamento sociale. Le analogie con il passato possono essere di insegnamento per tutti noi, come antidoto alla paura e al disorientamento che ci pervade in questo momento storico. È la guida sicura che può aiutarci nell’immaginare un futuro sgombro da pandemie.

Archivi di Stato del Nord Italia

Venezia

Sette secoli di epidemie in Europa e in Italia - Eurocomunicazione (6)L’Archivio di Stato di Venezia ha proposto al pubblico l’esposizione di documenti su “Pandemia e pestilenza a Venezia dal XIV al XVII secolo“. Le carte ci raccontano l’istituzione del Lazzaretto Nuovo, di cui abbiamo scritto, eretto nel 1468 per volontà del Senato “al fine di far fronte ai nuovi contagi e come luogo di quarantena”.

Vi sono poi documenti, a partire dal 1537 dove giorno per giorno e parrocchia per parrocchia, sono elencati i morti per peste, anche quelli appartenenti a diverse Nazioni che attraccavano al porto, come turchi ed ebrei. Per ognuno è indicato non solo il sesso e l’età, ma anche la causa di morte. A certificare le informazioni era il medico competente di quella parrocchia. Tra le illustre vittime della peste del 1576, il 27 agosto è registrato anche Tiziano. Il censimento dei morti di peste tra il 1630 e il 1631 a Venezia, richiese la compilazione di ben sei registri.

Bergamo

L’archivio di Stato di Bergamo ha organizzato una mostra di testamenti redatti nel 1630 dal notaio Sonzogni, durante l’epidemia di peste del 1630. In particolare nel periodo compreso tra luglio e ottobre di quell’anno si ebbe il maggior numero di morti. In un testamento si legge: ”Gabriele Orlandino per Iddio sano di mente ma da mal contagioso gravato …” è datato 23 ottobre 1630.

Pordenone

Interessante quanto proposto dall’Archivio di Stato di Pordenone che espone un documento nel quale le autorità pubbliche per contenere le epidemie e rassicurare la popolazione, oltre a dare indicazioni sanitarie prevedeva: ”la sospensione del battito delle campane a morto per non terrorizzare la popolazione”. Le autorità crearono inoltre una rete capillare di controllo della situazione epidemica, nominando ufficiali di sanità nei villaggi del territorio.

Alessandria

Nell’Archivio di Alessandria c’è, a proposito della peste che colpì la città dal 1630 al 1633, un documento in cui: ”Il consiglio delibera di isolare la città e di presidiarne le porte, ammettendo l’ingresso solo a chi munito di “bolletta” per preservare a l’imminente pericolo di contagio (…) che si custodiscano le porte con assistenza di due gentiluomini per ciascuna e d’un religioso poiché già molti conventi di questa città si sono esibiti far la sua parte “. (accogliere gli appestati). Vi bisognino persone che aprino i pertugi et che piglino le bollette. Che si comandi sei persone per ogni quartiere al giorno che con le loro armi insistino per ciascuna porta “.

(La seconda parte sarà pubblicata 29 Gennaio 2022)

Giancarlo Cocco

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Author: Margart Wisoky

Last Updated: 01/24/2023

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