Lo Stato di Milano nella dominazione spagnola (1525 (2022)

  • Lo Stato di Milano sotto la dominazione absburgica
    • L'affermazione del dominio absburgico(1525-1560)
    • La politica di Carlo V imperatore
    • Da Carlo V a Filippo II di Spagna
    • Fiscalità e accentramento della politica spagnola
    • Diplomazia politica e mercantile
    • I governatori di Milano
    • La "pax hispanica"
    • L'epoca borromaica
    • La fine della "pax hispanica"
    • L'inizio di un trentennio di guerra
  • Lo Stato di Milano nella seconda metà del XVII secolo
    • Tra regalismo ed episcopalismo: continuità dei conflitti giurisdizionali
    • I conflitti europei sul suolo lombardo
    • Tra emergenza bellica e ristrutturazione economica
    • Il progressivo indebolimento della monarchia spagnola
    • La trasformazione dell'apparato produttivo, commerciale e finanziario
    • Istituzioni e società
    • Controversie giurisdizionali
    • Verso la crisi della dinastia spagnola

Lo Stato di Milano sotto la dominazione absburgica

L'affermazione del dominio absburgico

A partire dal 1498, lo stato di Milano fu conteso dal regno di Francia e da quello di Spagna; dopo varie vicissitudini, nel 1499 i francesi riuscirono a impadronirsi del ducato, che conservarono fino al 1512, quando vennero scacciati dall’imperatore Massimiliano I d’Absburgo. Nel 1515, tuttavia, Francesco I di Valois sconfisse le armate imperiali e riprese il controllo del Milanese, che tenne fino al 1522.

Nel corso della loro dominazione, i re di Francia inaugurarono importanti riforme istituzionali, che comportarono una notevole commistione tra le tradizioni locali milanesi e le consuetudini d’oltralpe. Tali influenze si possono riconoscere, ad esempio, nella costituzione del senato su modello dei parlamenti francesi, e, in ambito politico-religioso, nell’apporto dei principi del gallicanesimo, che si radicò nella giurisprudenza lombarda, specie dopo la sottoscrizione del Concordato di Bologna nel 1516.

Le trasformazioni politiche e istituzionali dello stato di Milano vennero in gran parte conservate anche dopo l’affermazione definitiva degli Absburgo, avvenuta a seguito della battaglia di Pavia nel 1525. In seguito a quell’evento, tuttavia, il ducato di Milano fu assegnato a Francesco II Sforza, il quale governò sotto lo stretto controllo dell’ambasciatore cesareo, Marino Caracciolo, e del comandante delle armate imperiali, Antonio de Leyva.

Alla morte dello Sforza, avvenuta nel 1535, la maggior parte delle potenze europee, come i regni di Francia e d’Inghilterra, e degli stati della penisola italiana, in particolare lo stato della Chiesa e la repubblica di Venezia, cercarono di convincere l’imperatore Carlo V d’Absburgo a rinunciare al ducato e affidarlo a un principe italiano o straniero. Tali proposte continuarono a essere al centro di vivaci discussioni fino al 1555; entro la stessa corte spagnola vari consiglieri ritenevano necessario abbandonare il Milanese poiché la sua difesa avrebbe comportato spese eccessive.

L’imperatore però, nonostante alcune incertezze, decise di conservare il diretto dominio del ducato, ritenendolo la “chiave d’Italia” e questa risoluzione comportò una ulteriore modifica ed evoluzione delle istituzioni centrali dello stato e di quelle delle dieci province che lo componevano (Milano, Alessandria, Bobbio, Como, Cremona, Lodi, Novara, Pavia, Tortona e Vigevano).

La politica di Carlo V imperatore

La ripartizione territoriale in province del dominio milanese non era omogenea: al suo interno, il territorio risultava frammentato in numerose altre entità territoriali che in parte sfuggivano al controllo statale, come le terre separate, i feudi imperiali e i feudi ecclesiastici.

L’ossatura del nuovo ordinamento statale del ducato venne fornita dalle Constitutiones Mediolanensis Dominii o Nuove Costituzioni, del 1540-41, che erano già state progettate dal duca Ludovico Sforza, riprese da Francesco II Sforza e portate infine a termine da Carlo V. Questo complesso di norme, entrato in vigore nel 1542, rese chiaro, così come era avvenuto per il regno di Napoli, che l’intento dell’imperatore era di conservare, rispettare e osservare le tradizioni e i costumi delle nazioni che costituivano il suo dominio, unite in realtà solo dal vincolo di fedeltà al sovrano.

La riforma istituzionale non pose quindi fine all’esistenza degli uffici comunali e degli uffici ducali, ma diede vita a un dualismo con gli uffici regi, che perpetuò una struttura statale tendenzialmente oligarchica, anche se non chiusa in sé stessa, e contraddistinta dal predominio delle città sulle comunità rurali, distinzione che rimase in vigore fino alle riforme attuate da Maria Teresa d’Austria nel XVIII secolo.

Nello stesso periodo, Carlo V mise anche a punto la divisione dei territori che componevano il suo impero in previsione della sua eventuale morte o abdicazione, e assegnò il ducato di Milano a suo figlio Filippo fin dal 1540, cessione resa poi nota con la pace di Crepy del 1544 e ribadita dall’atto di Bruxelles del 1554.

Il periodo compreso tra il 1545 e il 1560 fu caratterizzato da una politica volta a difendere lo stato da nuove aggressioni e a questo scopo vennero sottoscritti capitolati di pace e di amicizia: nel 1544 fu stipulato un accordo con la repubblica di Venezia, che temeva eventuali rivendicazioni per Bergamo, Brescia e Crema, città già appartenenti al ducato visconteo. Nel 1552, poi, un trattato pose fine alle controversie con la confederazione elvetica e riaprì le rotte commerciali verso l’Europa centrale. L’anno successivo, infine, venne firmato un accomodamento similare con i Grigioni, che avevano occupato nel 1512 Bormio, Chiavenna e la Valtellina, a scapito del ducato di Milano; la Valtellina era ritenuta una via strategica per mettere in relazione i domini absburgici meridionali con quelli settentrionali.

Questo territorio sarebbe divenuto negli anni a venire il principale rifugio dei protestanti italiani in fuga dalla persecuzione controriformista e tale flusso migratorio avrebbe assunto proporzioni di esodo dopo la fine del concilio di Trento nel 1563. Sempre al fine di conservare la pace nel Milanese, venne costituito un sistema di dignità e di onori per legare alla corona imperiale i principi e la nobiltà italiani, poiché entro la corte cesarea erano ancora vivi i timori che si riorganizzasse il partito francofilo, forte in Lombardia di numerosi simpatizzanti, che mantenevano contatti con i fuoriusciti postisi sotto la protezione del regno di Francia, come i Ferrero, i Trivulzio e i Birago.

Da Carlo V a Filippo II di Spagna

Nel 1556, con l’abdicazione di Carlo V, suo figlio Filippo II prese possesso dello stato di Milano dopo avere prestato giuramento di fedeltà allo zio imperatore Federico I d’Absburgo.

Per amministrare i domini italiani venne istituito un consiglio d’Italia a Madrid; il re, però, prima di potersi occupare realmente delle vicende italiane, dovette far fronte a emergenze belliche e religiose, in quanto la guerra contro la Francia era ripresa, mentre in Spagna, oltre a dover rafforzare il primato della monarchia nei confronti dei poteri locali, dovette far fronte alle emergenze legate alla presenza dei Moriscos e alle infiltrazioni protestanti. Di conseguenza fu solo dopo la pace di Cateau Cambresis, firmata tra il 2 e il 3 aprile 1559, che Filippo poté occuparsi della riforma dell’apparato istituzionale milanese in modo da integrare il territorio lombardo entro il “sistema imperiale” spagnolo.

Fiscalità e accentramento della politica spagnola

La decisione di conservare lo stato di Milano entro il sistema imperiale fece emergere il problema dell’irrazionalità del sistema fiscale vigente: Carlo V diede quindi ordine di redigere un estimo generale dello stato, verso il quale si sollevò tuttavia l’opposizione delle oligarchie lombarde, che vedevano in esso un pericoloso strumento di controllo. Nonostante le difficoltà incontrate, l’estimo venne portato a termine nel 1560. L’estimo permise di assoggettare il patrimonio del ducato di Milano, compresa la città, stimato in 12.748.830 lire, al pagamento delle imposte, secondo le indicazioni fornite del collegio fiscale e della congregazione dello stato. Con il regno di Filippo II, conoscere il territorio sotto l’aspetto amministrativo divenne una priorità, al fine di integrare lo stato di Milano entro la compagine imperiale spagnola. Filippo II diversificò i carichi fiscali, inaugurando una politica di inasprimento che durò costantemente fino al 1706.

I provvedimenti di natura fiscale e le riforme amministrative, necessari per reperire le adeguate risorse per la difesa del territorio, non poterono però essere pienamente attuati per il perpetuarsi dei privilegi, delle esenzioni e dei conseguenti abusi delle oligarchie locali, che resero quanto mai giustificate le lamentele dei governatori spagnoli di Milano. Tra il 1560 e il 1561 il governatore, il marchese di Pescara, cercò di porvi rimedio chiedendo a Madrid che le facoltà del senato, che aveva il diritto di interinazione, fossero ridimensionate secondo quanto stabilito dagli Ordini di Worms del 1545 e richiesto dal governatore duca d’Alba nel 1555. Tali richieste furono parzialmente accolte: tra il 1548 e il 1593 l’accesso al supremo tribunale milanese (il senato) venne consentito a tutti i cittadini dello stato e alcuni spagnoli vennero imposti entro quel collegio.

E’ inoltre da porre in rilievo che all’interno delle magistrature milanesi agivano vere e proprie fazioni, e tra queste una era composta da decisi fautori del centralismo e dell’assolutismo monarchico come, ad esempio, Iacopo Menochio, Alessandro Rovida e Giulio Claro. Questa situazione comportò che le disposizioni dei rappresentanti regi fossero recepite di volta in volta in maniera assai diversa a seconda del prevalere dell’una o dell’altra fazione.

Per aggirare tali difficoltà, i governatori cercarono di esercitare il potere appoggiandosi il più possibile al consiglio segreto e, per la stessa ragione, in caso di controversie o di opposizione, evitarono di scendere a patti con i poteri locali, preferendo ricorrere al consiglio d’Italia che, su sollecitazione dei governatori, promosse varie ispezioni eseguite da visitatori nominati da Madrid.

A seguito di queste e di altre indagini promosse localmente, venne accertata l’esistenza di complicità e di legami patrimoniali tra l’oligarchia lombarda e il clero, e pertanto i governatori ritennero utile rafforzare il regio economato, che agiva nei confronti degli ecclesiastici lombardi come un “quasi nunzio”, in quanto nel ducato di Milano non vi era una rappresentanza diplomatica pontificia; tuttavia questo istituto risultò anch’esso fortemente influenzato dalle ingerenze dell’oligarchia milanese, tanto che si riuscì a porre parziale rimedio a queste interferenze solo nel secolo successivo.

Diplomazia politica e mercantile

Nonostante i richiami provenienti dalla capitale, la maggior parte del ceto politico e di quello mercantile – finanziario milanese, composto da numerose corporazioni, continuò ad agire in difesa dei propri interessi, più volte in contrasto con quelli della corona.

Questa dicotomia risultò ancora più evidente nei rapporti internazionali: un primo canale diplomatico faceva capo alla corte madrilena e si basava su ambasciatori regi, un secondo invece era costituito da persone nominate dai rappresentanti del comune di Milano. Gli ambasciatori milanesi erano presenti, oltre che presso il sovrano, in tutte le principali corti italiane e nei paesi confinanti. Loro compito precipuo era di difendere le ragioni economiche comunitarie e i diritti consuetudinari.

Tra questi diplomatici ricopriva particolare importanza l’ambasciatore del collegio dei mercanti a Genova, città reputata il naturale sbocco marittimo dello stato per via degli stretti legami con la monarchia absburgica. Gli artigiani e i mercanti milanesi, in questo periodo non risentirono particolarmente dello spostamento dell’asse commerciale verso l’Atlantico, ma, anzi, oltre a conservare i rapporti tradizionali con Spagna e Francia, svilupparono forti legami con gli altri territori appartenenti alla dinastia degli Absburgo e nei paesi con essi confinanti. A questo proposito è da rilevare che nel corso del XVI secolo sorsero varie compagnie mercantili, che operavano sulle piazze dell’Austria, Germania, Polonia, Ungheria e dei territori compresi tra la costa dalmata e il Danubio. Tra le famiglie lombarde più attive in questo senso si possono ricordare i Melzi, gli Adobati, i Croce, i Ferrero, i Ghiringhelli, gli Ossi, i Pecchio, i Pestalozzi, i Rivolta, gli Stampa e gli Zanelli o Azanelli.

I lombardi che risiedevano all’estero, come i mercanti e artigiani degli altri paesi, si riunivano in “nazioni” che conservavano le tradizioni e le consuetudini dei luoghi d’origine e, in alcuni casi, erano addirittura dotate di una vera e propria organizzazione politica e giudiziaria autonoma, riconosciuta nei paesi che li ospitavano. Tale sistema economico, che spesso si accompagnava all’attività di prestito e di cambio di denaro, non subì particolari trasformazioni o decrementi fino agli anni trenta – quaranta del XVII secolo.

I governatori di Milano

Il governatore rappresentava il re di Spagna a Milano e aveva il compito di fare applicare gli ordini della corona nello stato; a lui spettava di nominare gli ufficiali regi. Tuttavia, i suoi ordini e le nomine dovevano ottenere l’interinazione del senato milanese per avere valore legale. I governatori cercarono più volte di limitare tale prerogativa, ma ottennero solo successi temporanei.

Quasi sempre tra il momento della nomina di un governatore e l’effettiva presa di possesso dell’ufficio passavano mesi; in alcuni casi il governatore non prese mai possesso dell’ufficio. Di conseguenza, il governatorato rimaneva vacante. Per tale ragione con gli ordini di Worms del 1545 e con quelli di Tomar del 1581, venne stabilito che in caso di assenza o di vacanza, le funzioni di governo fossero svolte dal consiglio segreto, che ordinariamente aveva un compito consultivo nell’attività di governo e si riuniva su ordine del governatore per discutere e per decidere riguardo a “negotii gravi di Guerra, o Stato”.

Nel XVII secolo nel consiglio sedevano il castellano di Milano, il capo dell’esercito, il gran cancelliere, il presidente del senato, i due presidenti del magistrato ordinario e di quello straordinario, due questori, il capo delle milizie urbane, il commissario generale dell’esercito, il sopraintendente delle fortificazioni, il veedore generale e il comandante della cavalleria. Il governatore inoltre poteva aggiungervi a sua discrezione altre tre o quattro persone e, spesso, tra queste vi era l’economo generale, che agiva da “supervisore” del clero dello stato. In alcuni casi operò come sostituto del governatore il castellano di Milano, il quale generalmente veniva incaricato di svolgere tale mansione su delega del re o del governatore stesso.

L’ufficio di governatore di Milano era una carica assai ambita da molti nobili iberici e italiani per fare carriera nella corte spagnola.

La "pax hispanica"

In Italia la pace di Cateau Cambresis inaugurò una fase di relativa tranquillità dal 1559 al 1620, indicata come “pax hispanica”, che fu resa possibile grazie a un efficace controllo attuato dalla monarchia absburgica e costituito da una rete clientelare e finanziaria in grado di vincolare i principati della penisola alla corona iberica.

Questo periodo non fu comunque esente da eventi bellici e dalla scoperta di congiure e di alleanze antispagnole, come il trattato di Brossolo, sottoscritto da Enrico IV di Borbone e da Carlo Emanuele I di Savoia nel 1610, e la prima guerra del Monferrato; tuttavia questi episodi non misero mai seriamente in pericolo il predominio ispanico nella penisola. In un simile contesto lo stato di Milano ebbe una funzione strategica fondamentale che si manifestò chiaramente durante le controversie e gli scontri per il controllo del marchesato di Saluzzo, del marchesato del Finale, del principato di Masserano e Crevacuore e nelle congiure antifarnesiane nel ducato di Parma e Piacenza.

Altrettanto rilevante fu il controllo esercitato dagli ufficiali milanesi per impedire infiltrazioni protestanti, che già alla fine del XVI secolo vennero quasi completamente eliminate, grazie alla cooperazione con le istituzioni ecclesiastiche. Tale politica richiese un rilevante impegno finanziario da parte della Spagna e causò un costante aumento della pressione fiscale, che portò alla costituzione della congregazione del patrimonio, collegio in cui si discuteva l’accettazione e la ripartizione dei carichi fiscali. Tuttavia il fisco regio, privo di una efficiente organizzazione, non fu in grado di operare efficacemente nella riscossione delle imposte e degli altri carichi fiscali. Tali limitazioni vennero aggravate dalle bancarotte della corona, dalla corruzione, dal contrabbando e dalla persistenza delle immunità secolari ed ecclesiastiche.

Gli ufficiali di stato, per cercare di porre rimedio a tale debolezza strutturale, si servirono di diversi espedienti, come la registrazione nell’estimo dei beni immuni e di quelli privilegiati, il ricorso a prestiti da parte di privati e, specie dopo la metà del XVII secolo, la vendita del patrimonio della corona.

La politica italiana inaugurata da Filippo II, nonostante i problemi che questa comportava, venne comunque perseguita sia da Filippo III (1598-1621) che da Filippo IV (1621-1665) e a questo scopo vennero fatti affluire a Milano consistenti aiuti finanziari dagli altri domini italiani della corona, dalla Spagna e dalle colonie.

L'epoca borromaica

Gli anni dal 1560 al 1631, indicati come epoca borromaica o età dei Borromei, furono caratterizzati dalle personalità di Carlo Borromeo e di Federico Borromeo. Al primo, nipote di papa Pio IV ed elevato alla dignità cardinalizia nel 1560, fu affidata l’amministrazione dell’arcidiocesi di Milano dalla quale dipendevano allora i vescovati suffraganei di Alessandria, Tortona, Novara, Lodi, Cremona, Piacenza (dei Farnese), Albenga e Ventimiglia (della repubblica di Genova), Ivrea e Vercelli (dei Savoia), Alba (dei Gonzaga), Ferrara (degli Este), Bergamo e Brescia (della repubblica di Venezia), mentre Vigevano era l’unica diocesi lombarda di patronato regio. Egli, inoltre, cercò di imporre il suo primato anche ai vescovi di Como e di Pavia, suscitando aspre controversie.

Il prelato però non prese possesso della sede assegnatagli fino al 1565, in quanto occupato in altre missioni e attività per conto della Santa Sede. In particolare Carlo partecipò all’ultima sessione del concilio di Trento nel 1563, dove si distinse per le sue posizioni episcopaliste. Alla morte di Pio IV egli lasciò Roma per andare a ricoprire il suo ufficio e giunto a Milano operò per applicare i decreti tridentini nel modo più vicino al suo sentire.

Le emanazioni del prelato, esplicitate nei sette concili provinciali e negli undici sinodi diocesani, risultarono però inconciliabili con la legislazione laica. I provvedimenti dell’arcivescovo infatti furono ritenuti un pericoloso attacco al primato del re di Spagna, il quale reputava irrinunciabili i propri privilegi in ambito religioso, giuridico e beneficiario e in tal senso si espressero vari giuristi operanti nel Milanese, come Giulio Claro, Iacopo Menochio e Juan Arias de Maldonado. Lo scontro tra le due autorità emerse appieno nel 1569 e coinvolse tutte le istituzioni dello stato di Milano, causando seri attriti tra lo stato della Chiesa e il regno di Spagna.

A dispetto delle controversie giurisdizionali, molte riforme caroline presero corpo e modificarono profondamente la struttura della sua diocesi, che risultò infine composta da 6 regioni e 65 pievi, in cui vi erano 2220 chiese secolari, 46 collegiate, 753 parrocchiali, 783 benefici semplici, 631 oratori, 7 collegi per chierici, 136 conventi di vari ordini religiosi, 740 scuole della dottrina cristiana, 886 confraternite, 24 congregazioni e 40 istituti di assistenza.

I successori di Carlo Borromeo, Gaspare Visconti e Federico Borromeo, si conformarono alla sua linea di governo; tuttavia essi limitarono le iniziative episcopaliste caroline e operarono quasi sempre nel rispetto delle direttive provenienti da Roma. La stessa canonizzazione del primo Borromeo, nel 1610, deve essere riportata a questo indirizzo “romanocentrico”, in quanto permise di ricondurre le posizioni eterodosse di quel prelato all’obbedienza pontificia.

Anche le altre discordie con le istituzioni secolari scemarono nel 1610, poiché Filippo III restrinse le facoltà del regio economato; mentre gli altri dissidi vennero parzialmente risolti con la Concordia del 1615-18, che limitò ulteriormente le ingerenze delle autorità laiche in ambito ecclesiastico.

A seguito di questi accordi Federico Borromeo si impose come il principale referente in ambito ecclesiastico e beneficiario; in tale azione il prelato fu facilitato dalla grave crisi che affliggeva gli uffici di stato a causa sia dello scontro tra il magistrato ordinario e quello straordinario, risoltosi solo nel 1620-21, sia dal continuo ricambio dei governatori, che lasciarono lo stato di Milano in balia della oligarchia lombarda in un periodo di emergenza bellica: tra il 1618 e il 1631 si avvicendarono ben cinque rappresentanti regi e vi furono due governi interinali del consiglio segreto.

Nel frattempo nello stato di Milano si ricostituì un partito filo francese, i cui appartenenti furono soprannominati “navarrini”, che causò serie preoccupazioni alla corona spagnola.

La fine della "pax hispanica"

Nel 1613-17 le armate spagnole di stanza nel Milanese vennero coinvolte nella prima guerra del Monferrato, minando la cosiddetta “pax hispanica”. Verso la fine di questo conflitto la maggior parte delle truppe venne trasferita in Valtellina per combattere le armate francesi e quelle dei principi protestanti tedeschi e con questa azione lo stato di Milano fu direttamente coinvolto nella guerra dei trent’anni. Nel 1620 la guerra su questo fronte ebbe un risvolto drammatico con il cosiddetto “sacro macello” della Valtellina, nel corso del quale il partito cattolico massacrò le comunità riformate e costrinse i protestanti all’esodo.

La repentina occupazione della Valtellina da parte degli spagnoli mise quindi in contatto diretto i territori absburgici italiani con quelli tedeschi e il timore per tale collegamento spinse il regno di Francia ad allearsi con il ducato di Savoia e la repubblica di Venezia, alla quale si aggiunsero poi i regni d’Inghilterra, di Olanda e di Danimarca. Il conflitto continuò con fasi alterne fino al 1626, quando la Francia firmò una pace separata a Monzon.

Già l’anno successivo, però, l’attività bellica riprese con la guerra di successione di Mantova, che permise all’impero di ricomparire sulla scena della politica italiana, mettendo in crisi i rapporti tra la Spagna e l’impero stesso. Nel 1630, con il trattato di Ratisbona, i Gonzaga Névers ottennero il ducato di Mantova, il duca sabaudo ebbe alcune piazzeforti, mentre la Valtellina tornò allo status quo.

Questi conflitti confermarono ancora una volta che lo stato di Milano era il principale bastione difensivo dei domini spagnoli in Italia e di conseguenza, a partire dagli anni trenta – quaranta, da Madrid giunsero ordini volti a rafforzare le strutture regie a scapito di quelle locali.

L'inizio di un trentennio di guerra

Nel 1630, dopo due anni di carestia, gli eserciti portarono in Lombardia la peste; l’epidemia uccise almeno 60.000 persone nella sola Milano e causò una grave crisi demografia ed economica. La peste e le sue conseguenze non posero però fine all’emergenza bellica.

Nel 1631 il trattato di Cherasco fornì una breve tregua, ma per la Spagna tale atto fu fonte di gravi preoccupazioni in quanto l’impero, che ottenne il giuramento di fedeltà dei Gonzaga Névers, tornò ad interessarsi delle vicende italiane, causando un raffreddamento dei rapporti tra le corti spagnola e austriaca.

Nel 1633 la Francia riprese le operazioni militari e nel 1635 venne sottoscritto il trattato di Rivoli con cui si costituiva un’alleanza tra Francia e ducato di Savoia; tale patto, fortemente voluto dal primo ministro francese Richelieu, aveva lo scopo di aprire nuovi fronti dopo la caduta di Philippsburg e di Treviri nelle mani delle truppe imperiali. Nel marzo 1635 le truppe francesi invasero la Valtellina e tagliarono i collegamenti tra i domini ispanici e quelli imperiali; tra giugno e luglio venne sottoscritto un accordo segreto tra il duca di Savoia, Vittorio Amedeo I, e il re di Francia, Luigi XIII, con cui si stabilì che, in caso di vittoria, la Lombardia sarebbe stata ceduta ai duchi sabaudi con il titolo regio. Successivamente, anche il duca di Parma e Piacenza, Ranuccio II Farnese, stipulò un’alleanza con i francesi rompendo così definitivamente il delicato sistema di equilibrio che aveva consentito alla Spagna di controllare e di “pacificare” la penisola italiana per quasi un secolo (1535-1620).

Da questo momento la guerra coinvolse direttamente la Lombardia, che venne messa a ferro e fuoco per tre decenni.

Lo Stato di Milano nella seconda metà del XVII secolo

Tra regalismo ed episcopalismo: continuità dei conflitti giurisdizionali

Dopo essere faticosamente uscito dall’emergenza sanitaria, nel 1631 lo stato di Milano dovette far fronte a una nuova crisi politica e diplomatica con la Santa Sede a causa del rifiuto del nuovo arcivescovo Vincenzo Monti di sottostare all’obbligo di chiedere il placito al regio economo di Milano. Lo scontro tra ufficiali regi ed episcopali giunse al culmine nel 1632, quando venne scagliato l’interdetto sulla città. Anche in questo caso si evidenziò la profonda divergenza tra gli ufficiali regi, che dichiararono nullo l’atto pontificio, e quelli comunali, che cercarono in ogni modo di trovare un accomodamento affinché fosse inflitta la scomunica solo ai ministri direttamente compromessi, senza coinvolgere la comunità. Questo scontro, che non ebbe il clamore dell’interdetto veneziano del 1606, terminò nel 1634 quando il prelato acconsentì a sottoscrivere un accordo con cui si subordinava all’approvazione regia, tuttavia da quel momento ripresero gli scontri giurisdizionali.

Il conflitto assunse particolare vigore nel 1640, a seguito della pubblicazione dei decreti del sinodo diocesano XXXIII, con cui l’arcivescovo Monti ribadiva i provvedimenti dei predecessori e ingiungeva ai vicari foranei di imporre a tutti i provvisti l’obbligo di depositare gli atti di investitura e di giuramento presso la cancelleria arcivescovile, estromettendo così gli ufficiali regi da ogni controllo in ambito beneficiario; egli, inoltre, confermò la piena vigenza delle disposizioni pontificie sull’immunità dei beni e delle persone ecclesiastiche.

Nel 1641 intervenne direttamente il re di Spagna Filippo IV, che emanò delle Regie Istruzioni per eliminare ogni dubbio riguardo agli interessi spirituali e a quelli temporali nello stato di Milano. Con queste disposizioni, interinate dal senato nel 1642 senza troppa convinzione, le magistrature milanesi furono messe in grado di agire con notevole incisività per limitare le pretese immunità ecclesiastiche, mentre il regio economato tornò a essere il principale strumento di controllo del clero lombardo, tanto che tale istituto venne conservato immutato anche dai successivi dominatori del Milanese.

I conflitti europei sul suolo lombardo

Nel 1635 i numerosi fronti di guerra aperti denunciarono una evidente mancanza di truppe fresche nello stato di Milano; pertanto nel 1636 venne istituita la milizia cittadina. Nel 1637 gli spagnoli, guidati dal governatore di Milano, riuscirono a riprendere il controllo della Valtellina che, dal 3 settembre 1639 (Capitolati di Milano), fu posta sotto il protettorato congiunto delle due corone absburgiche.

Nel 1638, morto Vittorio Amedeo I di Savoia, la reggenza fu assunta dalla moglie Cristina di Borbone, sorella di Luigi XIII re di Francia. Nella corte torinese era presente un forte partito filo-spagnolo che si oppose alla duchessa; ben presto lo scontro tra fazioni portò alla guerra civile. Nel corso del conflitto interno, la reggente fu appoggiata dalla Francia, mentre i fratelli del duca defunto, Tommaso e Maurizio di Savoia, vennero supportati dalla Spagna, che fornì ai due pretendenti cospicui aiuti finanziari e bellici. Nonostante i mezzi impiegati dalla monarchia iberica, che dal 1640 dovette anche fronteggiare la rivolta del Portogallo, la guerra civile si concluse nel 1641 con la vittoria della Borbone.

La vittoria in Piemonte permise alla Francia e ai suoi alleati di riprendere l’offensiva contro il Milanese e negli anni seguenti il territorio lombardo fu in gran parte occupato. La morte di Richelieu nel 1642, quella di Luigi XIII l’anno successivo e la rimozione dell’onnipotente ministro spagnolo Olivares, non comportarono la fine delle ostilità: nel 1645 Vigevano venne conquistata dai franco-sabaudi, mentre Pavia e Novara furono poste sotto assedio.

Il perenne stato di guerra interruppe il commercio con l’Europa centro- settentrionale e orientale, mentre a Milano fu scoperta una congiura antispagnola in cui erano coinvolti oltre duecento aristocratici lombardi; a tale macchinazione ne seguì una seconda nel 1647. Questi maneggi però non ebbero il seguito di quelli di Napoli e di Messina del 1647-48 e, anzi, confermarono che la Lombardia era il fulcro della preminenza spagnola in
Italia.

Neanche la pace di Westfalia del 1648 pose fine alle vicende belliche in Italia. La conclusione delle operazioni militari nelle Fiandre e in Germania permise agli spagnoli di spostare sul teatro italiano nuove truppe e, tra il 1650 e il 1654, venne scatenata una offensiva che nel 1655 si infranse contro la resistenza dei francesi e dei suoi alleati (ducato di Savoia e ducato di Modena), che tornarono ad invadere la Lombardia.

Nel 1655 fu Milano stessa a essere posta sotto assedio e in questa occasione il governatore, marchese di Caracena, e l’arcivescovo Alfonso Litta decisero di sospendere i conflitti giurisdizionali per coordinare i loro sforzi nella difesa della città. Gli anni successivi furono caratterizzati da una costante incapacità da parte delle truppe ispaniche di passare al contrattacco; nel 1658 lo stato di Milano sembrò sul punto di capitolare e fu salvato solo dall’inizio delle trattative di pace che portarono alla pace dei Pirenei del 1659.

Dal 1660 in poi iniziò un nuovo periodo di pace, contrassegnato però dalla sempre più evidente crisi della monarchia spagnola.

Tra emergenza bellica e ristrutturazione economica

Il trentennio 1630 – 1660 fu caratterizzato da iniziative e da trasformazioni spesso contrastanti; questi anni non furono un periodo di decadenza, bensì un momento di ristrutturazione istituzionale, politica, economica e sociale.

La poca efficienza del sistema di prelievo fiscale, la crisi bellica, demografica ed economica, costrinsero gli spagnoli a cercare nuove fonti di entrata senza incrementare eccessivamente le imposte; dopo varie consultazioni venne deciso di mettere in vendita buona parte del patrimonio della corona, tuttavia la pace dei Pirenei del 1659 interruppe l’alienazione dei beni camerali.

In questi anni le classi dirigenti cittadine tesero a chiudersi e a formare una oligarchia entro cui era possibile accedere solo per cooptazione. Allo stesso tempo però si sviluppò una nuova classe finanziaria e nobiliare che, pur assumendo a modello la vecchia aristocrazia grazie all’acquisto a titolo feudale delle terre statali, riuscì a imporsi all’interno degli uffici cittadini e regi, apportando nuova linfa entro l‘élite lombarda. Le città della Lombardia a loro volta dovettero fronteggiare la crisi del sistema corporativo che, dopo l’epidemia del 1630-31, si era rivelato incapace di adattarsi alle nuove richieste del mercato.

Nei decenni successivi le imprese cittadine subirono quindi un forte decremento numerico e in particolare fallirono varie manifatture, mentre si estese sempre più un mercato di prodotti a basso costo, in gran parte di importazione, ad esempio dal Biellese. Questa trasformazione della domanda permise l’affermazione di sistemi produttivi e mercantili decentrati, che a volte assunsero gli aspetti tipici della proto-industria, come nel Comasco. A questo proposito è da rilevare che lo sviluppo di tali aree portò alla formazione di nuove forme contrattuali, come la manodopera salariata (sempre più presente anche in agricoltura, dove emerge la figura dell’agricoltore imprenditore e delle colture intensive), e di strutture mercantili legate al commercio itinerante.

Dagli anni trenta – quaranta, inoltre, decaddero le vie commerciali secondarie prealpine a causa della guerra e nel 1645 i flussi mercantili via terra verso l’Europa settentrionale si interruppero completamente.

Il progressivo indebolimento della monarchia spagnola

Dopo la pace dei Pirenei si ebbe un periodo di pace di circa 45 anni, che permise allo stato di Milano di riprendersi, almeno parzialmente, dalla grave crisi demografica ed economica. Inoltre, nonostante la guerra cominciata da Luigi XIV nel 1667, il Milanese conservò la propria neutralità.

L’anno successivo il consiglio generale di Milano decise di inviare un proprio ambasciatore presso la corte di Madrid per chiedere un alleggerimento della pressione fiscale, ma la missione fallì. La reggente, d’accordo con il governatore, ritenne che le imposizioni non dovessero essere diminuite perché necessarie a finanziare il rafforzamento delle difese locali e lo sforzo bellico nelle altri parti dell’impero spagnolo. Verso il 1670-71 si ebbe un periodo di tregua, ma la pressione fiscale non diminuì e le tensioni tra ufficiali regi e aristocrazia lombarda giunsero a tal punto che le istituzioni non erano più in grado di funzionare efficacemente. Il consiglio allora inviò un proprio oratore a Madrid per chiedere il richiamo del governatore, ma la regina si rifiutò di accogliere la richiesta.

Nel 1672 riprese la guerra contro la Francia e anche in questo caso il conflitto, che durò fino al 1676, non coinvolse direttamente lo stato di Milano. Il Milanese tuttavia dovette contribuire con denaro e soldati, che vennero impiegati nelle Fiandre, in Borgogna e anche in Sicilia per reprimere la rivolta scoppiata nel 1674.

Nonostante le sempre maggiori richieste della corona, i governatori spagnoli cercarono di evitare, quando possibile, un aumento delle richieste fiscali preferendo reperire nuove fonti di entrata; a tal fine vennero costituite delle apposite giunte, le quali stabilirono che il modo più semplice per ottenere un incremento delle entrate era riprendere la vendita del patrimonio camerale.

Nel 1676 Carlo II prese le redini del governo e la reggente fu allontanata dalla corte, ma la guerra continuò ancora per due anni, fino a quando fu firmata la pace di Nimega, con cui la Francia si affermò come principale potenza continentale.

La Spagna nei due anni successivi, 1678-80, rivelò appieno la sua incapacità a conservare il controllo della penisola italiana; Luigi XIV infatti strinse accordi con il duca di Mantova, con il granduca di Toscana e con la repubblica di Venezia. Nel 1681, poi, i francesi ottennero la piazza di Casale dal Gonzaga e il governatore milanese non fu in grado di rispondere in alcun modo a tale colpo di mano, anzi, i suoi tentativi di costituire una lega di principi italiani in funzione antifrancese fallì miseramente e la repubblica veneta, timorosa delle mire espansionistiche dell’imperatore d’Austria, prese le distanze dai contendenti e strinse un’alleanza difensiva con i cantoni elvetici.

La trasformazione dell'apparato produttivo, commerciale e finanziario

La recessione economica e la decadenza delle strutture produttive agricole e manifatturiere nel Milanese erano già iniziate nel 1619-20 e si aggravarono con la peste del 1630-31. Le guerre dei due decenni successivi causarono l’abbandono di molte terre e lo spopolamento ridusse le attività agricole; allo stesso tempo aumentò il costo del lavoro e il prezzo delle derrate alimentari.

Dal 1660 in poi l’attività agricola riprese, ma con importanti trasformazioni. Nel corso di due decenni si erano costituiti estesi possedimenti terrieri e l’agricoltura assunse carattere intensivo e monocolturale. Tale modificazione causò la diminuzione del numero dei piccoli produttori e dei contadini dipendenti, mentre aumentarono i lavoratori salariati e quelli stagionali. Nella seconda metà del XVII secolo vennero costituite infrastrutture necessarie a nuove forme di produzione, con l’ampliamento della rete di canali per irrigazione, l’introduzione di nuove colture (in particolare riso, piante da frutto, bachicoltura) e con innovative forme contrattuali e mercantili (agricoltore imprenditore, manodopera itinerante, contratti a termine). Una simile ristrutturazione si ebbe anche nel settore industriale e commerciale. Nel 1660 gli opifici nel capoluogo decaddero, tanto che le fabbriche di tessuti di lana si ridussero a otto (nel 1649 erano dodici e nel 1600 erano circa settanta) e anche le altre città dello stato lamentarono un decremento simile delle attività produttive all’interno delle mura.

Questa situazione causò le lamentele delle corporazioni, che chiesero agli ufficiali regi di difendere i propri interessi. In realtà la crisi del sistema produttivo cittadino non costituiva un indice di decadenza economica generale, poiché le manifatture, per sfuggire al controllo esercitato dalle corporazioni, si erano trasferite in gran parte nelle campagne e in alcuni casi si erano sviluppati veri e propri sistemi proto- industriali (lo stesso avvenne in Piemonte e in Veneto).

Ciononostante il rappresentante regio, d’accordo con il senato, nel 1662 emanò alcuni editti per cercare di invogliare l’aristocrazia terriera a investire nel commercio e nelle industrie; a tale scopo venne anche chiarito che le attività mercantili e manifatturiere non sarebbero state ritenute indegne e avrebbero consentito comunque l’accesso alla nobiltà; tali tentativi però non ebbero alcun effetto sulla decadenza del sistema corporativo cittadino.

Anche le rotte commerciali subirono una radicale trasformazione. Fino agli anni trenta del XVII secolo buona parte degli scambi avveniva con l’Europa centro-settentrionale, mentre nei decenni successivi tali flussi commerciali decaddero. Tale situazione favorì quindi le grandi arterie commerciali dirette ai porti di Genova e di Livorno, dove forte era la presenza di mercanti e di naviglio provenienti dall’Europa atlantica, (in particolare dall’Olanda e dall’Inghilterra) e fornì una spinta all’apertura della strada che da Genova, via Vercelli, metteva in comunicazione il capoluogo ligure con Torino e con Milano.

Nel 1673 la Francia vietò l’importazione di tessuti dall’Italia e la Spagna a sua volta ordinò di bloccare ogni importazione da quel regno. Tale ordine però ebbe effetti limitati e nel 1674, nonostante la guerra in corso, il commercio riprese appieno e dimostrò chiaramente che ormai lo sbocco primario dei prodotti lombardi era il mercato transalpino, la cui sede principale era la città di Lione.

Infine, la crisi della Spagna si rivelò appieno nel cambio della moda, che in questi anni iniziò ad avvicinarsi sempre più al modello francese, rispecchiando così la modificazione dei flussi mercantili e degli equilibri politici europei.

Istituzioni e società

Tra la fine del XVI e la metà del XVII secolo si irrigidì la struttura sociale e si adottarono meccanismi ereditari tesi a conservare intatto il patrimonio familiare. All’istituto della primogenitura si associò quello del fedecommesso e nel corso del XVII secolo essi divennero il perno della strategia familiare e matrimoniale dell’aristocrazia lombarda. Questa chiusura delle aristocrazie è stata descritta come un “suicidio collettivo” di gran parte di questo gruppo sociale. In realtà varie casate della vecchia nobiltà accettarono di mischiarsi sia con oriundi ispanici sia con le famiglie emergenti di origine finanziaria-mercantile, poi nobilitatesi nel corso del XVII secolo grazie alla vendita del patrimonio camerale.

Negli anni sessanta del XVII secolo il senato di Milano, grazie alla mediazione del suo presidente Bartolomeo Arese, collaborò fattivamente e fu solidale con il governatore; la loro opera congiunta consentì di ridurre notevolmente le autonomie locali; allo stesso tempo si tentò di ammodernare la struttura istituzionale per renderla più efficiente, tuttavia questi tentativi vennero ostacolati dall’aristocrazia che temeva di perdere i propri privilegi.

Le tensioni con le classi dirigenti milanesi crebbero durante la reggenza di Maria Anna d’Austria che, dal 1671 in poi, emanò vari provvedimenti tesi a rafforzare i poteri del governatore e degli altri uffici regi, in modo da limitare le interferenze dell’oligarchia milanese nell’attività di governo. La reggente e poi Carlo II cercarono anche di non aumentare eccessivamente la pressione fiscale e di non alterare i delicati equilibri istituzionali; pertanto, avendo necessità di trovare ulteriori fonti di entrata, la corona fu costretta a vendere la maggior parte del proprio patrimonio. Per far questo il governatore istituì giunte particolari per liberare le terre dai vincoli che ne impedivano l’alienazione e dalla seconda metà degli anni settanta iniziò la liquidazione dei beni camerali, che giunse all’apice nel decennio successivo. Su esplicito ordine regio, per far crescere il valore delle terre a esse vennero uniti titoli nobiliari e il loro acquisto venne consentito anche a ecclesiastici e a donne, in aperto contrasto con le Nuove Costituzioni.

Nel 1684 i vecchi feudatari cercarono di difendere i propri diritti giuridici e istituzionali invocando il rispetto delle Costituzioni. Gli ufficiali regi però, temendo che si riproponesse la situazione feudale del regno di Napoli, non tennero in alcuna considerazione le richieste dei vassalli e nel corso degli anni ottanta riuscirono quasi a eliminare la giustizia feudale attribuendola ai magistrati camerali. In tal modo la monarchia ebbe la possibilità di controllare le terre soggette all’istituto del feudo ed eliminò pericolosi centri di potere potenzialmente centrifughi.

Intanto il clima di attesa per la morte di Carlo II, che si era già evidenziato nella seconda metà degli anni settanta, portò alla formazione di un partito filo-austriaco che si pose in aperto contrasto con la fazione filo-francese, la cui presenza non era mai venuta meno durante la dominazione spagnola.

Controversie giurisdizionali

Nonostante le chiare disposizioni regie, in negli ultimi decenni della dominazione spagnola gli arcivescovi milanesi cercarono di opporsi alle interferenze degli ufficiali della corona, ma senza ottenere risultati di rilievo, anche perché i governatori riuscirono a imporre l’osservanza delle istruzioni del 1641. Tale ferma reazione finì per intaccare gli interessi delle aristocrazie lombarde, che vedevano nei beni e nelle immunità ecclesiastiche un sicuro rifugio per i loro patrimoni.

Nel 1668 il consiglio generale di Milano inviò un oratore a Madrid per chiedere alla reggente una diminuzione del carico fiscale; l’incarico diplomatico venne affidato a un religioso, il quale però non venne neanche ricevuto, poiché l’ambasciatore – per il suo stato – era dipendente dall’autorità pontificia.

Nel frattempo l’arcivescovo Alfonso Litta rivendicò l’applicazione dei decreti dei concili provinciali, in particolare quelli del VII che avevano recepito gran parte della legislazione pontificia in ambito temporale, ma anche in questo caso il governatore vietò al prelato la loro applicazione. Nel 1675 l’arcivescovo decise allora di andare a Roma per prendere parte a una congregazione particolare che doveva definire le controversie giurisdizionali, ma appena il prelato partì la sede arciepiscopale venne occupata dal regio economo e il ritorno del Litta venne ostacolato in ogni modo; nel 1679 egli morì e la sede rimase vacante fino al 1682.

A causa della rigida applicazione delle regie istruzioni del 1641 nella seconda metà del secolo i rapporti con la Santa Sede continuarono a essere assai tesi e varie sedi episcopali alla morte dei loro ordinari vennero occupate e amministrate dagli ufficiali economali; la stessa metropolitana fu vacante dal 1693 al 1696 e dal 1699 al 1701.

Verso la crisi della dinastia spagnola

Gli anni tra il 1681 e il 1683 videro un violento conflitto tra l’impero d’Austria e quello Ottomano; quest’ultimo era riuscito a travolgere le difese cristiane nei Balcani e le sue truppe erano giunte ad assediare Vienna, ma l’intervento della Polonia capovolse le sorti della battaglia e i turchi furono costretti a una rovinosa ritirata.

Quando la notizia della vittoria imperiale giunse a Milano, gran parte della popolazione si illuse di potere avere un nuovo periodo di pace e stabilità, ma tale speranza andò presto delusa, in quanto Carlo II ritenne giunto il momento di passare all’azione contro la Francia. Anche in questo caso, come negli anni precedenti, le operazioni belliche si svolsero per lo più in Catalogna e in Navarra, lontano quindi dai confini milanesi. Maggiore allarme, pur senza conseguenza, suscitò il bombardamento di Genova nel 1684 e la sottomissione di quella repubblica alla Francia il 15 maggio 1685, nonché l’invasione del Piemonte, tra il 1688 e il 1689, a seguito della guerra della lega di Augusta.

Solo nel 1696, quando il duca di Savoia Vittorio Amedeo II si alleò con Luigi XIV, la guerra si estese alla Lombardia; tuttavia gli eserciti sabaudo-francesi si limitarono a compiere rapide scorrerie e non vi fu la temuta invasione, poiché le principali attività belliche si svilupparono anche questa volta su altri fronti. Nel 1697 venne stipulata la pace di Ryswick e lo stato di Milano poté godere di altri tre anni di pace.

Nel 1700 la morte di Carlo II portò alla guerra di successione spagnola e stavolta lo stato di Milano fu uno dei principali campi di battaglia dove si scontrarono gli eserciti dei due pretendenti, Filippo V di Borbone e Carlo III d’Austria. Nel 1706 le truppe imperiali, comandate da Eugenio di Savoia, riuscirono a sconfiggere le armate francesi e da quel momento ebbe inizio la dominazione austriaca del Milanese, che si ritrovò assai ridotto territorialmente a causa di varie cessioni a favore dei Savoia.

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Last Updated: 01/11/2023

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